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I bassi salari non
pagano più ora si punti sulla domanda interna JEAN-PAUL FITOUSSI
la
Repubblica - 3 marzo 2005
L´aumento,
talora considerevole, dei profitti delle grandi imprese in Europa ha
naturalmente riportato al centro del dibattito pubblico la questione dei
salari, e più in generale quella del contributo dei profitti alla
crescita. In effetti, se da un lato i salari nel nostro continente non
aumentano, dall´altro c´è da interrogarsi sui riflessi di questa realtà
in termini di investimenti e di occupazione. In questo contesto, molti
osservatori si sono affrettati a denunciare i comportamenti delle
imprese, accusandole di privilegiare gli interessi di una sola delle
parti in causa nella loro attività: quella degli azionisti. Ma non si
tratterà di un´illusione legata all´immediatezza? Il tempo, diceva Joan
Robinson, è un concetto inventato dagli uomini per evitare che le cose
avvengano tutte insieme. E come osservò a suo tempo il cancelliere
Schmidt, dopo tutto i profitti di oggi sono gli investimenti di domani,
e saranno i posti di lavoro di dopodomani. I quali ultimi ? potremmo
aggiungere ? il giorno successivo si trasformeranno in salari.
Dunque, un po´ di pazienza: lasciamo ai processi dinamici il tempo di
sortire I loro effetti. Che però stiamo ormai aspettando, come si vedrà,
da un buon quarto di secolo.
Per vederci più chiaro, incominciamo col non confondere la morale con i
comportamenti razionali in funzione dell´economia di mercato. L´oggetto
stesso dell´attività di un´impresa è il perseguimento del massimo
profitto, che si riesce ad ottenere avvantaggiandosi il più possibile
del contesto nel quale si opera.
Come chiedere alle imprese di pagare salari più alti di quanto consenta
il mercato del lavoro, quando al consumatore non si domanda di pagare
prezzi maggiori di quelli dettati spontaneamente dal mercato? Dunque, al
di là del giudizio etico sul comportamento delle imprese, è la
situazione del mercato del lavoro a costituire la chiave per comprendere
la questione dei salari.
Il
problema non è certo nuovo, ma dalla fine degli anni ?70 il suo
enunciato ha subito varie trasformazioni. Al principio vi fu un fenomeno
che tutti oggi riconoscono: dalla metà degli anni ?70 fino ai primi anni
?80, nonostante lo shock petrolifero e un minore incremento della
produttività del lavoro, i salari continuavano ad aumentare a un ritmo
non sostenibile, spostando la ripartizione del valore aggiunto a
vantaggio del lavoro, e riducendo sensibilmente i profitti delle imprese.
Dal 1970 al 1980, l´aumento annuo dei salari reali è stato in media del
3,8% in Germania, del 3,6% in Francia, del 3,9% in Italia e "soltanto"
del 2,9% nel Regno Unito (ove il "trentennio glorioso" lo è stato un po´
meno che altrove). La diagnosi che allora s´impose fu quella "classica":
la disoccupazione era imputata ai salari troppo elevati; era quindi
necessario impegnarsi a contenerli per ripristinare la redditività delle
imprese. Si incominciò dunque ad agire in questo senso, Sia in Francia
che nella maggior parte degli altri paesi, fin dalla prima metà degli
anni ?80. Gli sforzi maggiori furono quelli compiuti in Francia e in
Germania (con aumenti medi limitati rispettivamente allo 0,7% e allo
0,8% l´anno); un po´ minori in Italia (aumento medio dell´1,7%) e
paradossalmente quasi inesistenti nel Regno Unito (+ 2,5%). Alla fine di
quel decennio la questione dei salari poteva quindi sembrare risolta,
almeno nell´Europa continentale. Ma la disoccupazione non accennava a
diminuire. Di conseguenza cambiò la natura dell´enunciato: visto che
ormai era difficile imputare la disoccupazione a una media salariale
troppo alta, si puntò il dito sulla remunerazione del lavoro meno
qualificato, giudicata troppo elevata a fronte della globalizzazione (la
concorrenza dei paesi a bassi livelli salariali) nonché della
rivoluzione delle tecnologie, dell´informazione e della comunicazione.
Occorreva dunque proseguire sulla via del rigore, evitando però di
comprimere troppo il potere d´acquisto dei bassi salari. Perciò si è
passati a ridurre, anche se con modalità e gradazioni diverse, gli oneri
sociali gravanti sui salari più bassi. Ma l´andamento dei livelli
salariali degli anni ?90, più che alle politiche economiche strutturali,
va ascritto al perdurare della disoccupazione di massa. Certo, le varie
misure di deregulation del mercato del lavoro (con il moltiplicarsi dei
tipi di contratti) hanno giocato un ruolo nei vari paesi europei. Ma non
si può non ammettere una semplice realtà: quando manca il lavoro, chi lo
cerca è disposto ad accettare anche le condizioni di remunerazione e di
lavoro meno favorevoli. Ecco perché negli anni ?90 la dinamica dei
salari reali evidenzia un ulteriore appiattimento, con medie di aumento
annuo dello 0,1% in Italia, lo 0,3% in Germania, lo 0,5% in Francia. Al
confronto, gli sviluppi del Regno Unito e degli Stati Uniti, con l´1,4%
di incremento annuo, appaiono addirittura invidiabili.
Dal
2001 la situazione si presenta quasi immutata; ma il periodo è troppo
breve e accidentato perché se ne possano trarre indicazioni consistenti.
In Francia, probabilmente per effetto dei successivi aumenti del salario
minimo (Smic), le remunerazioni sembrano evolvere in maniera un po´ più
dinamica (+1,1%); situazione analoga in Italia (+0,8%), mentre in
Germania la stagnazione continua. La sorpresa viene dal Regno Unito,
dove il ritmo degli aumenti salariali (+2,7% l´anno) si avvicina a
quello degli anni ?70.
Di
fatto, un quarto di secolo di moderazione salariale nei paesi
dell´Europa continentale non è bastato a far regredire la disoccupazione.
Tanto che oggi molti osservatori sono tentati a rovesciare la diagnosi
originaria: dopo un periodo così prolungato di quasi stagnazione, non c´è
il rischio che oggi i salari siano troppo bassi per consentire il
ritorno alla piena occupazione? È in questo contesto che si giudicano
irragionevoli i profitti delle imprese, invitate di conseguenza a
ripartire più equamente il frutto degli aumenti di produttività. Ma
perché mai dovrebbero farlo? Non spetta a loro coordinare le attività
economiche, né preoccuparsi del bene comune. In un´economia di mercato,
ognuno deve badare ai propri interessi. Come disse Milton Friedman, «le
imprese hanno una sola responsabilità sociale: quella di produrre utili».
E
se le imprese, in un dato paese della zona euro, volessero adottare
comportamenti più altruistici che altrove, non rischierebbero di perdere
in competitività quanto possono aver guadagnato in reputazione? In
effetti, in un regime a moneta unica, senza più la possibilità di
disporre degli strumenti di politica economica, gli "aggiustamenti
locali" in campo occupazionale dipendono dall´andamento dei salari
relativi. Se ad esempio l´Italia decidesse un aumento generale dei
salari, ad approfittarne non sarebbero innanzitutto la Francia e la
Germania? Certo, le cose non sono tanto semplici: in Italia le attività
nel campo dei servizi non delocalizzabili (esternalizzabili) ne
risulterebbero migliorate, e gli aumenti salariali potrebbero avere
persino effetti positivi sulla produttività. Resta però il rischio che
anziché in Italia, i posti di lavoro aumentino in Francia e in Germania.
Le cose andrebbero diversamente se le imprese europee decidessero
insieme una politica salariale generosa.
E
all´occorrenza, un lieve deprezzamento dell´euro consentirebbe di
salvaguardare la competitività europea rispetto alle altre regioni del
mondo. Ma l´Europa non si sta muovendo in questo senso. La parola d´ordine
delle politiche europee è oggi la riforma strutturale, innanzitutto sul
mercato del lavoro (riforma del diritto del lavoro, tentativo di
introdurre il principio del mutuo riconoscimento ecc.). Può anche darsi
che queste riforme siano utili in un contesto di tensione sul mercato
del lavoro. Ma non lasciamoci ingannare: in una situazione di
disoccupazione di massa e di stagnazione dei salari, il loro primo
effetto sarà quello di accentuare ulteriormente la moderazione
salariale. Difatti, il termine di "riforme strutturali" dissimula l´attaccamento
alla tesi iniziale, che vede un solo modo per risolvere il problema
della disoccupazione: ridurre il costo del lavoro.
Che uso
fanno le imprese dei loro profitti? Perché non ne investono una quota
maggiore? Se lo facessero, il conseguente aumento dell´attività e
dell´occupazione finirebbe per tradursi in moneta sonante per i
lavoratori dipendenti. Ma le imprese potrebbero rispondere: a che serve
investire di più su un mercato in debole espansione (meno del 2% l´anno
negli ultimi due decenni), caratterizzato oltre tutto da un andamento
monetario paradossale? In effetti le monete europee, e in seguito
l´euro, hanno sempre avuto tendenza a rivalutarsi nei periodi di
rallentamento; per questo non si può pensare a realizzare investimenti
in Europa come trampolino per conquistare i mercati mondiali, nel
momento in cui la domanda interna è fiacca. La strategia razionale delle
imprese consiste allora nell´investire su mercati diversi da quello
europeo, oppure nel riacquistare le proprie azioni per spingerne in alto
la quotazione e proteggersi da eventuali Opa. Non è certo una situazione
favorevole per i lavoratori europei. Occorre una politica di crescita
risoluta e credibile per indurre le imprese a reinvestire i loro utili
sul mercato interno. Solo così si potrebbe determinare un aumento dei
salari, che servirebbe anche l´interesse, correttamente inteso, delle
stesse imprese. Si avvierebbe infatti un circolo virtuoso,
dall´anticipazione della crescita agli investimenti, dall´aumento
dell´occupazione a quello dei salari, che a loro volta alimenterebbero
anticipazioni di crescita ottimistiche.
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